Candido e splendente

IMG_7622Intervista a Mirko Noto (Conte Ruggero) di Giusi Parisi per Il Carabiniere (febbraio- 2016)

Viaggio nell’affascinante mondo dei Maestri Argentieri, che nella capitale sicula vanta una tradizione millenaria. Ci accompagna un giovane ed esperto artigiano, che non ha mai smesso né mai potrà smettere di imparare.

Abbondava principalmente nelle miniere dell’America Latina, tanto che l’Argentina ne trarrà il suo nome, come del resto il Rio de la Plata, il maggior fiume da cui essa viene percorsa: plata indica infatti l’argento nell’idioma iberico. Ma il nobile metallo (dall’ellenico αργόs, splendente, candido) era già noto in tempi ben più antichi: citato nei testi cuneiformi del III millennio a.C. e nel Libro della Genesi, e già rinvenuto in diversi siti archeologici dell’Asia Minore, delle isole dell’Egeo e dell’Oriente; presente in natura, veniva separato dal piombo e modellato in un’infinità di fogge seguendo differenti processi adottati fino all’età moderna. Stupende sono le collezioni di vasi realizzate in tale materiale addirittura nelle Età del Bronzo e del Ferro che, ritrovati nel Caucaso Settentrionale, occupano oggi una sezione dell’Hermitage di San Pietroburgo. Anche presso i sarcofagi dei Faraoni sono stati scoperti monili e specchi in argento, una volta ritenuto in Egitto più prezioso dell’oro, vista la sua rarità in quel territorio; sempre nei sepolcri egizi ma anche in quelli attici, cretesi, ciprioti di epoche remote e in tutto il Levante mediterraneo, si sono rintracciate spille realizzate col bianco metallo, con la parte finale somigliante ad una capsula di papavero, che per la loro esorbitante lunghezza hanno portato a supporre che non si trattasse di fermagli, bensì di strumenti per l’inalazione dell’oppio. Ancora, fra i tesori custoditi nelle sepolture cinesi che accolsero le salme di principi ed eroici guerrieri a partire dal 3000 a.C., raggiungendo il massimo splendore con le tombe Shang, spicca un sudario di giada del periodo Han, abraso e ritagliato in minuscoli rettangoli legati insieme con fili d’oro e d’argento intrecciati, per adattarli al corpo.

E se le matrone romane stendevano sulle labbra la sua polvere in occasioni speciali, assolutamente autoctona è la famosissima laccatura makie, altrimenti detta “pittura cosparsa” che, in voga in Giappone dall’VIII secolo ad oggi, ha dato vita ad opere squisite: mobili, attrezzature da guerra e suppellettili destinate al culto, arricchiti da motivi dall’effetto stupefacente, ottenuti dai makieshi servendosi di piccole particelle, lamine o foglie sia d’argento (ginpun) sia d’oro (kinpun), in cui il disegno si palesa come velato dall’acqua.

Lo splendente metallo riveste altresì emblematiche valenze sotto il profilo religioso: nel Buddismo è reputato il secondo dei sette tesori, simboleggiando la virtù, mentre in alcune cosmogonie viene associato alla Luna, oltre che a divinità femminili ad essa correlate. Nel Cristianesimo trova un largo impiego per forgiare oggetti sacri, come il celebre Botafumeiro, l’incensiere che, sospeso al soffitto della cattedrale di Santiago di Compostela, con i suoi cinquantacinque chilogrammi di puro argento, rappresenta uno dei più grandi al mondo.

Nonostante chimicamente non abbia nulla in comune con l’argento, nel passato vi era l’abitudine di considerare il mercurio una sorta di argento vivo, da cui derivò il suo appellativo latino hydrargyrium, che significa, appunto, argento liquido. Per secoli è stato usato a livello planetario, non solo per realizzare ornamenti ed utensili, ma anche come merce di scambio e base di numerosi sistemi monetari: risale all’VIII secolo a.C. la produzione di monete d’argento, vocabolo che in almeno quattordici lingue corrisponde a “denaro”. Duttile, malleabile, un po’ più duro dell’oro, caratterizzato da una lucentezza che si accentua con la lucidatura, dotato, fra i metalli, della più elevata conducibilità sia elettrica, sia termica, di bassa resistenza all’urto, adoperato altresì in fotografia, come additivo alimentare e come esplosivo, l’argento si presta alle lavorazioni più disparate, eseguite da innumerevoli “scuole” in ogni angolo della Terra.

In Trinacria ed, in particolare, a Palermo, questa tradizione si perde nella notte dei tempi, risentendo le influenze della miriade di dominazioni straniere succedutesi nell’isola, crocevia del Mediterraneo: da cui un mix unico ed inconfondibile, che si distingue dalle ulteriori correnti, perpetuandosi negli anni tramite provette maestranze, di cui vale ricordare la magnifica Urna intarsiata ove sono racchiuse le reliquie di Santa Rosalia, Patrona della capitale siciliana.

Dei segreti e delle perizie di quest’arte sono depositari oggi un gruppo di Maestri Argentieri, le cui botteghe storiche, site nel vetusto cuore pulsante del capoluogo regionale siculo, alle spalle della trafficatissima piazza San Domenico, costituiscono autentiche fucine di manufatti d’inestimabile valore, degni di collocarsi fra le eccellenze artistico-culturali del Belpaese.

Questo team di abili artigiani, recentemente, in concomitanza con la ricorrenza (il 1° dicembre) di Sant’Eligio, loro protettore di provenienza francese, si sono organizzati nel distretto degli orafi ed argentieri, sotto l’egida della locale municipalità, del Fai (Fondo per l’Ambiente Italiano), di Associazioni di categoria e di svariati Enti, i quali hanno previsto una serie d’interventi mirati a riqualificare sia l’ampia area interessata sia i laboratori, per salvaguardare tale pregevole mestiere ed incentivare le nuove leve ad assicurarne la continuità.

Fra costoro ben si colloca il giovane orafo palermitano Melchiorre Mirko Noto: «A Palermo la consuetudine di lavorare l’argento e, più in generale, i metalli preziosi per plasmarne gioie, arredi per le case o sacri, discende addirittura dall’epoca punica. A testimoniarlo i reperti del VII – VI secolo a.C. recuperati nel capoluogo», ci spiega. «Da allora l’usanza è proseguita ininterrotta, di generazione in generazione, assemblando via via gli stili islamico, normanno, svevo, francese, spagnolo, greco, arabo e turco, in particolare per ciò che riguarda i monili, rinnovandosi ed adeguandosi alle mode del momento. La cultura orafa siciliana ha raggiunto uno dei picchi più elevati con l’istituzione della Scuola voluta da Ruggero I di Sicilia, conosciuto anche come il Gran Conte Ruggero d’Altavilla, capostipite dell’illustre dinastia normanna in Trinacria; a tale figura, per la quale nutro da sempre grande ammirazione al punto da aver assunto lo pseudonimo di Conte Ruggero, spetta il merito d’aver fondato nella capitale sicula, poco dopo l’anno Mille, le Nobiles OfficinaeTiraz in arabo ed Ergasterion in greco – un favoloso opificio ubicato nei sotterranei del Palazzo Reale e gestito dalla stirpe al governo. Qui maestri cristiani, ebrei e musulmani sintetizzarono il meglio delle loro conoscenze per dar vita ad un esclusivo mood, perfetto esempio d’integrazione multietnica e reciproco rispetto, realizzando capolavori in argento, oro, seta, ebano, gemme, ricami ed avorio: come la cosiddetta “corona” di Costanza d’Altavilla, conservata presso il tesoro della cattedrale palermitana».

I celebri via Argenteria, nel popolare quartiere della Vucciria, con le attigue piazza Sant’Eligio, dove si può osservare quanto rimane della chiesa delle maestranze degli orafi ed argentieri caduta sotto i bombardamenti alleati nel ’43, via dell’Ambra e vicolo della Guardiola, così chiamato per quella posta a presidio delle attività di lavorazione dei preziosi, sorgono tra il ‘400 e il ‘500 quando, con la nascita di una corporazione di orafi ed argentieri a Palermo, poi soppressa nel 1822, si sviluppò un complicato sistema di marchiatura a garanzia della qualità dei metalli, annoverato fra i più antichi del pianeta. Ulteriori periodi di slancio artistico di alto livello nel settore si ebbero nel ‘700, con la produzione barocca e rococò, di cui sono colmi i nostri musei, e con il Liberty, a cavallo tra fine Ottocento e albori del Novecento.

La passione del “Conte Ruggero” è nata tra i mosaici del Duomo di Monreale. Con gli anni e l’approfondimento degli studi universitari in Storia dell’arte, ha scoperto la grande tradizione dell’arte orafo-argentiera palermitana, che definisce «un mestiere veramente bello, anche se difficile». Iscrivendosi all’Arces di Palermo, ha avuto modo di apprendere le tecniche di lavorazione manuale artistica dei metalli direttamente dai più esperti artigiani, docenti e custodi di quest’arte millenaria. «Trascorrevo molte ore in laboratorio a fare pratica: come ripetevano i maestri, l’arte s’impara sul campo, talvolta anche facendosi male alle mani». Senza dimenticare di assimilare le attuali prassi cad e cam, necessarie alla progettazione dei monili. Nel solco di tale insegnamento, Noto ha effettuato tirocini nelle più prestigiose botteghe palermitane, specializzandosi soprattutto nello sbalzo e nel cesello: «Questa formazione si è rivelata indispensabile per la mia crescita, non solo professionale ma anche caratteriale: i mestieri artigianali richiedono, oltre all’abilità manuale, una notevole dose di umane virtù, quali la pazienza di fare tutto alla perfezione e l’umiltà di non sentirsi mai “arrivato”, ma di continuare sempre ad imparare. Una scuola di vita che rappresenta, per me, un traguardo molto importante, utile a farmi apprezzare pure al di fuori della mia amata Palermo».

Un mestiere affascinante, in costante evoluzione: affiancare abili maestri dai quali attingere il sapere, per poter un giorno trasmettere con l’esperienza questa bellezza, strumento salvifico per un Paese come l’Italia, universalmente considerato la culla dell’arte.

 

di Giusi Parisi per Il Carabiniere (febbraio- anno 2016)

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